lunedì 30 novembre 2009
lunedì 23 novembre 2009

in un mare di notizie indecenti, che mettono ansia solo a intravederle, tra spioventi coglioni leghisti che sbucano anche negli incubi e la mia squadra che arranca a metà classifica in B, ecco che sbatto contro questa nuova via, in un paesino sardo, e son cose piccole che scaldano la nostra piccola vita, e il nostro grande cuore... Joe Lives. Su la testa.
giovedì 29 ottobre 2009
radio days
mi capitò di passare questo pezzo alla radio, di notte.
telefonò una.
voce molto bassa. "siccome sto facendo l'amore, volevo sapere se mi rimettevi il pezzo di prima."
"mmh. quale? quello di jan garbarek?"
"ghghgh, -una risata soffocata tipo rantolo- ma come cazzo faccio secondo te con jan garbarek?"
"...e...che ne so. magari lui non è che ci fa caso"
-la voce ancora più bassa, un bisbiglìo.- "ti bacerei. ma adesso devo scopare con...si, insomma, almeno della musica.....capito?"
"si, ho capito. niente garbarek, vedrai. altre richieste?"
"...mmh."
voce da lontano "ALLORA, ARRIVI O NO?" (di quelle voci che ti vien da odiare subito con tutto te stesso e senti che potresti odiare anche da dopo morto)
"ARRIVO, ARRIVO, ALZA LA RADIO! -ciao, hey sei...gentile...grazie..."
rimisi il pezzo.
dalla finestra si vedevano i venditori di fumo continuare il loro carosello silenzioso coi clienti.
sospiro.
sai quei momenti in cui tieni per le mani uno strano luccicchìo di verità...
telefono che squilla. e che cazzo succede stanotte, battiamo ogni record d'ascolto.?.")
un'altra voce. un rompicazzo esperto di jazz, di quelli col dolcevita e occhiali a culo di bottiglia, che chiama spesso.
"Hai mandato due volte lo stesso pezzo."
"si, si, due volte dovrebbero bastare."
"Ma perchè non hai messo la versione di Horace Silver originale, ce l'hai?"
"Mavaffanculo, va."
Tlak.
venerdì 16 ottobre 2009
chiave di rilettura.

"Vera è l'ansia da contrabbandare in fretta per qualche cosa d'altro e l'insonnia da dimenticare stesa, in qualche letto perso. Vero il nulla e tant'è vero sono qua, in questo film perverso, spettatore dentro un cinema d'essai che non programma altro."
(Latitante)
E come sappiamo i poeti.....ah, i poeti!, vivessero dei soldi che tirano su dai loro versi non avrebbero di che comprarsi il loculo. Loculo che poi di solito, da poeti, pretenderebbero a strapiombo sul mare, o con vista sul rifugio stella alpina di campiglio, o di fronte al verde melograno dai bei vermigli in fior. (e le mogli in grisaglie dietro il carro hanno il solito problema di tutte quelle copie ingiallite da portare al macero)
I diaframma negli anni '80 sembravano potere spaccare il mondo (il futuro sorride a quelli come noi...) e il bello è che lo hanno spaccato, il mondo musicale italiano d'autore, basterebbe prenderne atto. Lo so, viviamo tempi un po' così, non pensiate di sentirli alla radio, dove imperversa Ligabue -oh my gash!- quando va bene. quando va male è uguale a quando va bene, e allora salviamo almeno alcuni spazi su radio tre e radio popolare, comodamente ascoltabili su internet.
Anni 80: Firenze caput mundi, la dicotomia coi Litfiba, Fiumani prima chitarrista poi cantante e leader dalla voce feroce per intensità, spesso un urlo da una gola in fiamme, da ultimo romantico in un mare di guai.
Lo becco all'autogrill, con altri 3, e devono suonare stasera, devono solo seguirmi. "fumi?" mi fa federico. no, non fumo. io guardo in su e il cielo non promette un cazzo di buono soprattutto se stai sbattendoti per un concerto all'aperto. io non fumo, ma mi tiro dietro un accendino per evenienze. dlin-dlen siemens "federico arriva?" si, arriva, arriviamo, compagno. "dov'è? a mangiare? e il soundcheck?" arriva, arriviamo. "e il giornale? manco una foto?" siamo negli appuntamenti, "beh, beeello. che testine" il pezzo l'ho mandato, l'ho mandato."ma cosa dice lui?" a dire il vero non mi dice n-i-e-n-t-e, e sembra pure un po' stronzo.allora mi venite dietro? "si, si" dai simpatia, seguitemi un po', e io li ascolto in auto, ton-sur-ton, massì esageriamo, chissà se fanno -Labbra blu-.
"C'e' un grande salto in fondo al cuore prima deserto, adesso un'oasi via i cancelli per favore, che non mi servono piu'. Via le lame dal mio cuore, via le cose che lo umiliano..." (Labbra Blu)
"FIORE NON SENTIRTI PERSO / CREDI CHE PER ME E' DIVERSO / AMA QUESTO LETTO CALDO / E LA GIOIA DI OGNI GIORNO CHE SI DA' AL TUO SGUARDO" ("Fiore non sentirti sola")
ah, urla, per urlare urla, buono man che sono solo prove...("come ti sembra il batterista?" lasciamo perdere, lasciamo perdere, dov'è la mia maglietta pulita? speriamo che faccia quella del cane vagabondo... "basta che non piova")
"Ma dove to ho gia' incontrato un giorno mi chiederai forse era per la strada di Fellini... Ma dove ti avevo amato un giorno mi chiedero', ma dove ti avevo amato per un pugno di dollari."
(In Perfetta Solitudine)
cantare la vita che ci è data in sorte, e di come rotola, e i fantasmi del giorno, la rabbia, i quadri comprati, figli voluti e desiderati, le gite in montagna, amori che implodono, la donna amata lontana, le siringhe calpestate, domeniche vuote... la vostra voglia inesplosa, amarla, farne qualcosa, carta da pacchi o l'odore di una rosa che si dispieghi, rivelando una prosa.
questo, credo sia questo, poi le coordinate porteranno ai Devo, ai Joy Division, il punk, la new wave, lucio dalla anni 70, quel che vi pare. l'importante è non barare mai. no compromise.
dritti al punto. vai fede. dritto al cuore di un gruppo di giovani adepti. non fermarsi mai, mai, mai, nessun compromesso, si fottano le major. si fottano le royalties. vai perfetto incrocio bastardo tra new wave ed altissima canzone d'autore, vai.
per gli accesi fans diaframma è un marchio, un tatuaggio di passione, rabbia, sangue e amore...stravaccato su una sedia di plastica guardo e ascolto e lui fa delle buone prove, professionista, non c'è che dire, un leader, del resto si parlò di one man band a ragione. e vederlo incazzato pare sia un buon segno per la riuscita del tutto. hey, fa il micione appena vede una ragazza, però.... ("allora? come ti pare?" eh, un po' stronzo, spero faccia -Gennaio-)
butto lì un elemento d'analisi ulteriore. nella poetica diaframma incarnata da FF il tempo meterologico così come il susseguirsi delle stagioni, pare essere tema ricorrente e per certi versi dominante; come ogni meteopatico che si rispetti federico insegue giorni perfetti e stati d'animo interiori che coincidano con il bollettino ai naviganti. Certo, non sempre riesce ("c'è una stagione scritta sul calendario / e un'altra nel cuore / appassiscono i gladioli in un posto / fioriscono altrove") ma in questa iato si gettano tendini e frattaglie assortite, nonché muscoli pulsanti ( "trattami bene e comprendimi / tra le cose migliori che hai / magari al fresco, se fuori fa caldo") nel continuo elastico tra calore e mancanza dello stesso.Aggiungiamo altri fenomeni che punteggiano gli scenari, la nebbia densa che avvolge un sentimento in caduta libera ("ah. l'astuta nebbia, che è scesa tra noi") i lampi che illuminano di colpo alcune realtà vicine ("ho sentito i lampi entrare fin dentro casa / e la pioggia cadere proprio sopra il mio letto") e titoli, titoli che vanno da "Gennaio", violenta pennellata rossastra in un mese che dimentica i lustrini di dicembre, ad "Agosto" che sottende una ribellione ai canoni tipici del periodo, passando per una delle più belle canzoni mai sentite e vissute d'estate, ovvero "Caldo" ("fuori fa caldo e chissà se / dietro le serrande abbassate / c'è qualcuno che ha coraggio da vendere / e fa l'amore") un passaggio che t'incolla letteralmente alla poltrona di pelle a rimuginare su di un affetto lontano, una storia di autostrade e lentezza di gesti e "la radio che urla buone vacanze e poi/ un pensiero esplode : sono chiuse le fabbriche. CALDO".
Poi c'è la lama di ghiaccio di "Siberia" certo, un ghiaccio che brucia e che per certi versi è l'inno della band fiorentina, testo criptico ad un primo ascolto e svelatissimo al centesimo quando par di sentire il tepore freddo che c'è sotto la neve e si coglie in pieno il senso di "un momento diverso dagli altri / …io coprirò il peso di queste distanze/ di queste DISTANZE" ....arriva gente, mica tanta. si guarda il parcheggio. viene buio. gente, rituali. cominciamo, tra poco cominciamo, ok fede? "va bene" oh, un sorriso, è tranquillissimo e fuma piano, beve una ceres, il batterista giovane un po' in soggezione guarda il cielo.
c'è qualcuno col kway venuto apposta per ascoltare "siberia" da 200 kilometri. qualcuno ha gli anfibi, ah, romantic punk. molte clarks e sandali. piercing e ragazzi pettinati con la riga. pubblico etreogneo si potrebbe dire sfiorando il ridicolo.
"Quando un portiere rimedia d'istinto lo sbaglio di un difensore, dei suoi compagni rifiuta gli abbracci e aspetta il corner sul palo. Un colpo di reni e la palla e' lontana spinta da mille pensieri...
(e allora concerto!)
...compagno, farà pezzi nuovi?
"chisse ne frega, basta che non piova!"
cacchio non ho neanche visto la scaletta
"sai che ci frega della scaletta, che viene il diluvio"
un bel pogo su -abbatti il futuro- dai che ce la facciamo a farcela.
su, mixerista rasta attento che si va, chi c'è c'è e chi non c'è non c'è.
Salgono sul palco (finalmente!!) con queste nuvole bassissime, l'aria elettrica, lampi in lontananza, in controluce la scena pare eterna, lì davanti alle prealpi rossastre, lo spotlite dovrebbe essere su di lui, diciamo che è nei pressi, .... sposta il ciuffo di sempre nel silenzio che dopo il primo applauso d'ingresso si fa palpitante. quel silenzio che...si, so che lo amate anche voi.poi attaccano!
"L'odore delle rose è una reazione chimica se un giorno lo scoprissi, non l'ameresti più? E il senso delle cose è una coperta stesa su un passato ancora vivo ma te lo ricordi tu?"
("L'Odore delle rose")
si sorride, tra i larsen.
"come va? come ti sembra?"
beh, ...bello...farà pezzi nuovi? spero faccia -io amo lei- di solito la fa...
"ah, ma io dicevo come ti sembra, che è un gran casino, adesso va a piovere di brutto!"
naaaa, ottimismo... dai, un'oretta tiene ancora...
"si la fa -io amo Lei-, la fa, l'ho vista in scaletta...ma tanto va a piovere, cosa ti parlo a fare..."
sssshhhh, ottimismo.
venerdì 9 ottobre 2009
giovedì 8 ottobre 2009
lunedì 5 ottobre 2009
abitacolo.
Le braccia –un uomo e una donna, giovani- si allungano, non capisco se stanno scherzando o che cosa, vedo volare un oggetto, poi un pugno, dall’uomo alla donna, poi una tempesta di pugni in reazione, veloci e quasi innocui, dalla donna all’uomo, che è decisamente più massiccio,quindi una gran pugno dell’uomo e la testa della donna fa una curva strana, come la testa di una bambola finisce contro il vetro, come non lo spacchi non si sa, ritorna verso di lui che l'afferra e la vedo sparire. La macchina è quasi ferma, dopo un istante la donna apre e si lascia cadere fuori, sul ciglio della strada. Una ragazza. Con capelli rasta. Avrà 20 anni. Si raggomitola lì. Il bastardo ingrana la marcia, non so che fare, se seguirlo o che cazzo, vedere che è successo alla ragazza, prendo la targa, parcheggio, mi avvicino a lei, sta piangendo, singhiozzando, ha una botta in faccia ma niente sangue, la faccia è rossa come quella di un bimbo che strilla da un’ora. sta lì e non reagisce, dice niente, niente. Le macchine scorrono, come il fiume tossico alle nostre spalle. Mi viene in mente che il bastardo potrebbe tornare e stringo i pugni e penso torna bastardo, torna bastardo figlio di puttana, mi arrivano scariche al cervello che non pensavo possibili. E mi chino su di lei, le dico “dai, va tutto bene, adesso..” e cerco di non sentirmi in uno stupido film di serie B, sta succedendo qui alle due del pomeriggio. Mi mostro sicuro, ma un po’ mi treman le mani. Valgo poco, come soccorritore…Escono i ragazzi di una concessionaria di fronte, han visto la cosa., han già chiamato i Carabinieri. Faccio due passi in circolo. Scrivo un messaggio a una persona cui mi fa solitamente bene all’anima rivolgermi. E anche stavolta è così.(NB: non si tratta del Dalai Lama, in ogni caso.) Non so se sto facendo la cosa giusta. Chiedo alla ragazza rasta in lacrime coi pantaloni militari e una tshirt di Dimensione Danza “ascolta, senti, lo denunciamo? Gliela facciamo passare la voglia di fare queste cose?” mi dice no, tira su col naso, no, no. Arriva una signora, scatta qualosa che potremmo definire solidarietà femminile, ma lei vorrebbe sparire, scappare, correre via, ..e ha le gambe deboli-deboli. Mmh. Come andrà a finire? Che lei non vorrà fare nessuna denuncia, che dopo poco, la Matiz passerà di lì facendo finta di niente e passando oltre veloce. Che tra i carabinieri che arrivano c’è pure un giocatore di calcio con cui mirandello a settimane alterne, che mi schiaccia l’occhio e mi dice che ci son storie di droga in ballo. Come se quello chiarisse ogni cosa, penso che potrei andare via, se c'è bisogno chiamami dico al milite, guardo lei che trema, che mi dice "grazie".. annuisco col mento. Grazie di che?
Finisce che parcheggio al mio solito posto, esattamente davanti a dove questo è successo, e la stupida ruota del giorno riprende, apro l’ufficio e mi faccio un caffè amaro e fumante.
sabato 26 settembre 2009
Sami MIchael - una Tromba Nello Uadi

"...Ho sentito un soldato dire alla radio che buttarsi dall'aereo col paracadute è una cosa fenomenale, ma Huda, è di più. Ti sembra di cadere dall'alto, apri gli occhi e lui ti è sopra e tu non sei più un guscio, ma una fonte che zampilla."
Chiusi le orecchie alle parole lascive di mia sorella. Tagliai i fili del paracadute e la guardai, seduta sulla sabbia, a curarsi quei morsi che la disgustavano. "Allora sei incinta" dissi. "Che farai se lo scoprirà?"
"E perchè dovrebbe scoprirlo?" ribattè stupita.
"Non puoi mica comprarti la verginità in farmacia. Guarda che nei villaggi le controllano ancora queste cose, e una gravidanza così non la puoi certo nascondere."
"Costringerò lo stupido a violentarmi. Poi impazzirò, piangerò e griderò che mi ha rovinato. Sarà così allucinato e sconvolto che non penserà di certo alla verginità. Ma non è facile. Ho già provato di tutto. Ieri gli ho aperto il pollaio, ma il suo galletto è svenuto. La settimana scorsa mi sono strappata il reggiseno a casa, poi in macchina l'ho accusato di avermi rotto i vestiti. Lui si è scusato e mi ha comprato un completo di mutande e reggiseno. Perchè non dovrebbe credere di avere violato la mia verginità e di avermi messa incinta? Walla, che lavoro per eccitare uno così."
Non credevo ai miei occhi. Stava sorridendo. Si sistemò il velo sulle spalle, posò la sua bella testa sulle ginocchia e sorrise ancora. Nel vedere il mio viso raggelato scoppiò a ridere ed esclamò "Huda, la vita è un'assolutafollia e solo noi cerchiamo di trovarci una logica."
"Ci deve essere una logica."
"Ascolta, l'uomo è andato a cercare la logica e ha trovato Dio. E' andato a cercarne ancora e ha perso Dio. La logica rovina la vita."
"Non capisco come tu sia in grado di sorridere."
"Perchè ho smesso di cercare da tempo. Guarda dove sei arrivata tu, con la tua logica. Intanto Abu-Tromba è scomparso in mare: o ha deciso di arrivare a Cipro a nuoto, oppure è affogato."
Si alzò in piedi e con un tono di vera preoccupazione aggiunse: "Non lo vedo".
bimbi israeliani ed arabi, nello stesso asilo steineriano, in un piccolo villaggio arabo, Hilf .Non posso, d'ora in avanti, che nutrire grande stima per Sami Michael, l'autore di questo eccellente romanzo, che ha spunti divertentissimi (si ride proprio), e toccanti momenti d'intensità drammatica (e qualcuno potrebbe ritrovarsi col ciglio umido), dosato fin da principio con sapienza da sensale in bilico sulle Tre Religioni, e poi reso agli occhi di noi lettori come acqua di pura fonte. Perchè questo è, "Una tromba nello Uadi": un'iniezione di vitalità formidabile, con personaggi che vorresti incontrare oggi stesso...
giovedì 9 luglio 2009
da "La Stanza Chiusa" - Paul Auster
Paul Auster, con la figlia.Vorrei parlare per metafore di impeto, di ardore, di usberghi infranti a colpi di passione irresistibile. Capisco che i termini possano sembrare retorici, ma credo che alla fine siano esatti. Tutto in me era cambiato, e delle parole che non avevo mai capito all'improvviso acquisirono senso. Fu come una rivelazione, e quando finalmente ebbi tempo di assorbirla mi domandai come avevo fatto fino ad allora senza imparare una cosa tanto semplice.
Non parlo tanto del desiderio, quanto della consapevolezza, della scoperta che due persone, tramite il desiderio, possono creare una realtà più potente di quella che ciascuna potrebbe creare da sola. Credo che tale consapevolezza mi trasformò, facendomi sentire veramente più umano. Appartenendo a Sophie cominciai a provare la sensazione di appartenere anche a tutti gli altri. Compresi che il mio posto nel mondo corrispondeva a un punto al di là di me stesso, e che quel punto, pur trovandosi dentro di me, non era localizzabile. Era la piccola intercapedine tra il sè e il non-sè, e per la prima volta in vita mia questo non-luogo mi apparve come il centro esatto del mondo.
certi libri ti capitano addosso all'improvviso, e son sempre loro a sceglierti direi, certi ti aspettano in agguato, certi (e non solo di Oscar Wilde!) ti lasciano boccheggiante come a sedici anni, stupito e incredulo a rileggere un passaggio, certi -ma pochi- ti s'infilano sotto pelle e ti sembra di capirli ancor meglio copiandone parti a mo' di dotta citazione posta in modo un po' infantile in una piccola pagina di un blog clandestino.
giovedì 25 giugno 2009
Allons enfants

"Dove si perdono gli uomini."
Questo è il titolo originale con cui, nel 1996, René Frégni s'imponeva in Francia, con il proprio terzo manoscritto, 158 pagine di romanzo limpido, originale, pescato nel fondale di quella magmatica ed irrisolta città di mare che è Marsiglia, già scenario di autentici capolavori del quasi coetaneo, indimenticato, J.C. Izzo, autore a cui sono particolarmente legato, scomparso a 55 anni, nel pieno di una traboccante e commovente produzione letteraria.
"La città dell'oblio" -traduzione italiana con un tocco di fantasia - non è comunque Marsiglia, ma il carcere. E' là che gli uomini si perdono, è là che, lontano dai nostri occhi affaticati su regali e offerte per ipermercati sempre più luminosi e insopportabili, si consumano vite "a perdere", si entra in dimensioni parallele, dentro strutture che non hanno nemmeno il vago intento di redimere, e da cosa poi ?, e che nemmeno riescono ad essere "punitive": sbarre che rinchiudono a fatica i sensi di colpa di un'intera società dentro un limbo di mattoni.
"Conosco Marsiglia, gli assassini dei miei libri li ho conosciuti tutti nella prigione Baumettes. So cos'è il mondo dell'angoscia e della paura. Dietro la porta di ogni cella c'è un romanzo nero..."
Quattro coordinate sull'Autore, ve le devo.
Marsigliese, classe 1947, René Frégni sa davvero di quel che parla in questo romanzo: ha conosciuto il carcere fin dall'età di 19 anni, prigione militare, messieurs-dames!, da lì è evaso e, da disertore, ha preso a vagabondare per l'europa, rifugiandosi ora in Turchia, ora in Italia, facendo lavori umili e decidendo, dopo molti anni, di far rientro in patria, ad affrontare i processi che lo attendevano.
Per sette anni ha poi lavorato in un Istituto Psichiatrico, faccia a faccia con la follia che ti si specchia addosso, ed ha continuato a scrivere e a leggere, dentro le carceri, collaborando con Istituti di Pena, gestendo Programmi di scrittura creativa per detenuti ed altro, e avrà fatto anche altre cose nel frattempo, tipo innamorasi, bere vino nei bar all'aperto, guardare la luce delle
"Non mi son mai sognato di scrivere della vita di un avvocato del XVI arrondissement parigino.." risponde a chi gli chiede se la sua letteratura sia di stampo prettamente "popolare", ed aggiunge : Jean Genet diceva qualcosa come : "Letteratura significa organizzare parole attorno a un'emozione.". e per me l'efficacia è l'emozione. Voglio che ci sia un'emozione ad ogni pagina..."
Sono arrivato a lui anzitutto per una sorta di ammirata deferenza nei confronti della Casa Editrice che lo pubblica -sono anni terribili, il lavoro di filtro di case editrici di cui fidarsi è essenziale: le auto.pubblicazioni di microeditori che puntano all'assegno di tremila euro / copri spese / sa com'è, girato dal soi-disant "autore" -(tremiladuecento se si vuole avere i caratteri d'oro in copertina) portano in giro tonnellate di libri destinati a rimanere intonsi, o, nel peggiore dei casi, ad essere addirittura letti, o presi sul serio!- e poi per una magnifica recensione fatta dall'ottimo Enzo di Mauro su "Il Manifesto", nella quale si diceva tra l'altro che
" per Frégni, come per Manchette e Izzo - i maestri del noir figlio del '68, eversivo e ingovernabile - la scrittura è un'opzione morale e lo stile è tutto."
Manchette e Izzo sono per me come due amici straordinari che non mi hanno mai deluso, ed abbracciare Frégni è stato un attimo, il tempo di scandire alla libraia nome e titolo e aspettare un mesetto che mi richiamasse per dirmi se ero io che avevo ordinato Bevilacqua. Non ero io, naturalmente, signorina, che lo sanno anche i sassi che l'acqua fa la ruggine e poi bevo solo Sauternes Château Romer anche con pane e salame.
Queste facezie le metto perché in verità vorrei solo ricopiare la recensione del Di Mauro, che la pensa come me ma in compenso scrive veramente bene, e di lì invitare alla lettura, dando di gomito e alzando un calice per il cin-cin d'ordinanza, ma alla fine della fiera sarebbe un peccato, quindi ecco che le digressioni diventano necessarie per creare questo clima festoso, tipo cagnara da wine-bar all'ora di punta, dal quale vi traggo subito, catapultandovi, dio piacendo, a pagina 1.
"Come tutti i giovedì pomeriggio da quasi tre anni, ho percorso questo corridoio sotterraneo, superato due cancelli e quattro porte blindate sotto l'occhio vigile delle telecamere, e mi sono ritrovato brutalmente all'esterno, accecato da un sole che mi è sembrato ancora molto alto. Era l'inizio di marzo."
Inizia con un'uscita dal carcere (uscire si può, uscire si deve, dal fondo di ogni tunnel, anche dal più buio, si può uscire, è una simbologia non casuale, e il sole è ancora molto alto…) il percorso di Ralph che in quelle carceri porta grandi classici, adora Camus, e autori contemporanei, e ascolta storie che i detenuti scrivono e sfoga alcune frustrazioni da scrittore cui le parole proprio non vanno incontro come dovrebbero.
E già a pagina 2 il nostro aggiunge, a scanso di equivoci sul fatto che l'alter-ego di Renè sia assolutamente Ralph: "Mi sarebbe piaciuto diventare uno scrittore, parlare delle cose che mi hanno sempre turbato; purtroppo non ha funzionato, i manoscritti che ho spedito mi sono tornati indietro, rifiutati dagli editori."
La scrittura viene vista come salvezza, e al contempo come perdizione, la lettura come piacere irrinunciabile ed incessante ricerca, della bellezza, della verità.
Noi che qui scriviamo, leggiamo, commentiamo, dovremmo pur saperne qualcosa, magari anche solo per osmosi.
La trama è dolceamara, gli incontri tra Ralph e Gabriele Bove, detenuto nella cella 318, uxoricida che disegna ritratti della moglie che appaiono di sconvolgente intensità agli occhi assetati e al cuore sofferente del "docente" di Scrittura Creativa, costituiranno il nucleo della prima parte del romanzo, e poi via, come nella miglior tradizione dei polar-mediterraneè alla J.C. Izzo la storia ingrana e gira attorno alle ossessioni del protagonista, accade qualcosa che non è razionalmente spiegabile, come la mia voglia di parlare sempre un gran poco degli sviluppi narrativi. Non mancheranno gli archetipi che uno si aspetta in un romanzo -fondamentalmente- d'evasione, sia pure rocambolesca. E avremo secondini, braccia penzoloni fuori dalle sbarre, pulsioni e bassi istinti, e poi giovani francese a spalle nude nella sera, un amore disperato eppure violentemente vivo -pagine che diventano boccate di luce, queste-, ispettori di polizia sagaci, l'urlo della curva dell'Olympique Marsiglia, un omicidio che rimanda dritto alla famosa questione tra Caino e Abele, e i pedinamenti e le occhiate, qualche spruzzata di delitto e castigo -manca solo "servire ben caldo"- e un finale allegorico e spiazzante, che se non vi s'inumidisce l'occhio si vede proprio che stavate guardando la TV anzichè leggere.
C'est tout. Anzi no.
Ci sono loro. Quelli che stan dentro le prigioni. Anche se mi sa che poi -gratta, gratta,- siamo sempre noi. Quei Noi di cui ci dimentichiamo volentieri l'esistenza, tranne guardare con stupore una mano che fa ciao, da lassù, un giorno che passate sotto un'Istituto di Pena, completamente persi nel traffico del nulla di tutte le nostre ore di punta.
La Marsiglia di J.C. Izzo:
"Ci stavo bene nel bar di Hassan. Tra i frequentatori abituali non esistevano barriere d'età, sesso, colore di pelle, ceto sociale. Eravamo tutti amici. Chi veniva lì a bersi un pastis, sicuramente non votava Fronte nazionale, e non lo aveva mai fatto. Neppure una sola volta nella vita, come altri che conoscevo. Qui in questo bar, tutti sapevano bene perché erano di Marsiglia e non di fuori, perché vivevano a Marsiglia e non altrove. L'amicizia che aleggiava qui, tra i vapori dell'anice, si comunicava con uno sguardo. Quello dell'esilio dei nostri padri. Ed era rassicurante. Non avevamo niente da perdere, avendo già perso tutto."
La Marsiglia di Frègni:
"Una voce unanime scaturiva da quel calderone stregato e saliva a incendiare le stelle. In questa città non è la squadra ad essere bella, è il pubblico. Il più bel pubblico di Francia. Acceso da una tale passione, qualunque giocatore farebbe miracoli. Quello che succede in questa scodella di titani non l'ho mai visto da nessuna parte."
cose del vivere, le nostre ore d'aria inseguite, un bar, una curva, due voci, un solo amore. Non circondariale. Sconfinato.
martedì 23 giugno 2009
spareggi...

dunque, adoro il FC Barcelona. per un mare di ragioni. soprattutto per il suo spirito. anche negli anni grigi, intendo, troppo facile dirlo quando le cose van bene. e poi il calcio inglese in genere. mi piacerebbe trapiantare il Barça nella Premier League. Con PES lo faccio, e vabbè, ci gioco contro, con risultati altalenanti. Spesso gli metto contro l'Hull City, per dire. ora, il Barcellona ha un gioco spumeggiante, ma immaginate se giocasse col Gallarate, e solo col Gallarate, allenamenti e partite, andate e ritorni. Voi pensate che il Gallarate migliori giocando col Barcellona? ma fatemi il piacere. Va a finire che Messi gioca come Mastropasqua, non il contrario. e immaginate l'Hull City che si allena col misero Pontegattello estate e inverno? io si, riesco a immaginarlo: e ouch, non è davvero granchè (eufemismo dell'anno).
insomma, prendo il telefono e chiamo Mr.C., perchè passare un sabato come ho passato il venerdi e come prevedo di passar la domenica mi fa venir l'orticaria e poi anzichè comprare l'evento su sky dico io mille volte meglio la bolgia, il clamore, le trombe da curva, le salamine e le birre slavate, (tanto ho un presentimento fosco) ma dentro un palazzetto, perchè la squadra è lontana, e si va di maxischermo, amen. prende il telefono anche Mr.C. e senza tifare quel che tiferanno in tremila là dentro (è di nobili origini piemontesi, mi ricordo con affetto. è un barolo umano.) si scapicolla per assistere alla singolar tenzone e allo spettacolo di vedere me sfigurato dalla tensione che sale prima del fischio d'inizio. perchè è un dentro o fuori, mica cazzi. per prima cosa metto su una sciarpetta a Mr.C., come mettere la kippa a un gentile prima di una funzione -azzecco la metafora e lui figurati se non si cala nel ruolo in modo sontuoso-. io sento invece la mia voce urlare al primo fallo degli avversari. la partita scivola, il primo tempo ci consente solo di salvare la ghirba, ma volano streghe e pippistrelli sui nostri che sembrano punti dal biscio bastonero ed esibiscono un gioco che mi irrita. la tv locale arringa il pubblico, gli avversari segnano, silenzio e nervosismo, l'intervistatrice si aggira, coglie Mr.C. che -sciarpa al collo- dopo una serie di commenti di altri tifosi altamente tecnici ("si deve vincere, cxxo!" "bisogna tirare fuori le pXX, c,xxo!") in quella bolgia, seduto con birra ad altezza gomito e gambe accavallate enuclea i problemi che stiamo avvertendo "..non c'è pressing sul portatore di palla, trovo che ci sia un problema tattico più che tecnico..." -io straluno gli occhi e guardo in camera, la tipa pensa "qui mi soffiano il lavoro, un commento tecnico così nero pece mica me lo aspettavo" mi vede lì con la maglia di Baggio e mi passa il microfono, come a dire su, tira su il morale alle truppe e io -posso esser meno di Mr.C che slunga un sorrisetto sardonico?- dico che "questa waterloo che si va prefigurando è figlia di mille scelte sbagliate da una società inesistente, pressapochista, indecorosa. -grazie-. prego." e le nostre belle undici statuine da presepio sul maxischermo pensano bene di farsi infilare un gol da polli con lancio di 40 metri e botta al volo di destro sul secondo palo proprio mentre dico "prego." con il fumo di tutte le metafore calcistiche che ho in testa -e il fumo dell'hascisch che a zaffate ci avvolge, dolciastro e disgustoso- guadagno l'uscita, Mr. C pare dispiaciuto per me, facciamo un giro (andiamo al Black sheep? no, per dio, no, un altro posto.)e ci vorrà una bottiglia decente per cogliere un sonno irreale.
martedì 9 giugno 2009
errare facebook est
in fondo in fondo non ha molto da dire...
io con l'aiuto di una botte di vino
penso che oggi la farò mia.
A Sua Maestà la barista di Vada
tutti quanti le guardano il culo,
quando si china e raccoglie qualcosa
ma è un gioco d'astuzia e lei lo sa.
-dio, la tristezza che mi mette addosso facebook e quegli utenti che a migliaia si specchiano e si rincorrono come pulviscolo che gira nell'aria, quante decine di pieni di sè che lavorano a un'immagine pubblica o semi pubblica fittizia e irrilevante, dio quanto vuoto riempire spazi con altro vuoto di seconda mano, e mimare contatti, amicizie! (sic), vita. quanti altari innalzati a se stessi, quanto tempo perso anzichè faticare sulle corde, soffiare negli ottoni, leggere Tolstoj o fare un po' quel cazzo che ci pare senza sbatterlo online o senza "evitare" di sbatterlo online.
Che adesso zia Nora "prepara la pasta con le acciughe", mentre un tale che giocava con me a ramino nel palazzone 10 anni fa m'invita a un convegno sull'epilessia, e Angelina Jolie mi fa sapere che esce il suo nuovo film (merci. très jolie, Angelina) finalmente "giancarlo ama sempre romina" e me lo grida in bacheca, e una che si crede lady macbeth viene a sapere a che concerto andrò, mentre un ex vicino di casa -un tagliente rompicoglioni che apriva bocca solo per dargli fiato- informa il mondo che "Sto leggendo Neruda, e piango" e ancora zia Nora (che ho scoperto non essere così morta come pensavo) scrive che "Domenica a Bovolone Polenta e Baccalà, vi aspettooooo". Finalmente oggi mi tolgo di là.
E' indifendibile, lei è indifendibile!
(Sua Maestà si difende da sè....)
A Sua Maestà la barista di Vada offro il languore di questo mattino
e la leggerezza di quei fiori sull'acqua
se lei me lo chiede, se lei lo vorrà.
poi sarò bravo nel farle capire quel che la gente avrà da ridire
quando dal lato del nostro giardino
noi usciremo nel giorno di Pasqua. (* OST Diaframma, "Sua Maestà")
venerdì 22 maggio 2009
La Princesse Du Sang
Farakhan aveva sospirato rumorosamente nel ricevitore perchè era una conversazione telefonica, era a casa sua, lei era già a Parigi nell'alloggio di rue Robert-Lindet, a metà gennaio.
-Ah, - dichiarò più o meno Farakhan. - C'è qualcosa di più insopportabile che stare a riposo totale, senza passioni, senza avvenimenti, senza divertimenti, cose da fare? Fosse stato tre secoli fa, ti avrei consigliato un convento di clausura. E ne saresti ben presto uscita, del resto. Forse anche della tua spedizione ti stancherai in fretta.
-No. resisterò fino alla fine dell'anno. Ti rivedrò il primo gennaio 1957.
-Tocchiamo ferro, -aveva detto Farakhan.- porterai con te una pistola?
-Ebbè...sì.
-Benissimo.
-Sai, capitano, - aveva detto Ivy dopo un momento, - hai qualcosa di strano nella voce. Il mio viaggio ti dà fastidio?
-No, - aveva detto Farakhan. Ti sei fatta un'idea sbagliata.
-No, gli aveva fatto eco Ivy, - E' un pensiero che hai e che non mi vuoi dire.
-Piccola, ti giuro...
-Non giurare! -l'aveva interrotta Ivy.- niente bugie tra di noi. Tienti i tuoi pensieri per te, ma non mentirmi.
Samuel Farakhan allora era rimasto zitto.
Non ha scritto molto Jean Patrick Manchette, e sto avvicinandomi pericolosamente al completamento della sua opera, punto di non ritorno e poi sarà semmai tempo di riletture, e la cosa non mi entusiasma granchè. Quest'ultimo romanzo è affascinante, ruvido e con tutta evidenza incompleto. Il tumultuoso sviluppo finale (secondo me almeno 50 pagine) è stato scritto addirittura copiando alla bell'e meglio dagli appunti sparsi, intuendo come l'autore avesse deciso di concludere il plot. mah. Come se per uno che scriveva in modo assolutamente jazzistico come JPM la partitura fosse incisa nel granito ancora prima dell'esecuzione.
Come sempre i personaggi di JPM non richiedono una particolare adesione ideale, tutto è molto veloce, le azioni qualificano, i dialoghi punteggiano, i riferimenti storici, musicali e soprattutto tecnico balistici abbondano e si assorbono leggendo con naturalezza, anche laddove s'ignori la natura di un'AK47 o si sappia solo vagamente quel che combinarono i francesi in Algeria (quando invece parla di Clifford Brown inserendolo nel contesto come uno stacco hardbop, o quando la protagonista Ivy regala un disco di Art Blakey -e tra tutti, questa jazzgirl mi va a scegliere "A Night at Birdland"- lì siamo dalle parti di una fortissima empatia, e ti par quasi di veder gli occhi, e vorresti che quel disco fosse stato regalato a te, da una tale felina...)
E' bello pensare che sul sotto-finale sdrucciolevole e abbozzato avrebbe inserito due o tre varianti, o almeno un assolo secco e lucente dei suoi... beh, io ne sono certo. Aveva in animo di scrivere un nuovo ciclo di romanzi, dopo un ritiro volontario da una scena -quella del polar-noir d'impronta politica- che aveva cambiato per sempre, e invece, fanculo, poco più che cinquantenne un tumore se lo porterà via, e addio trilogia.
Sappiamo che un perfezionista come Jean-Patrick non ce l'avrebbe mai consegnato conciato così questo libro, ma gli editori sì, eccome, per motivi svariati che includono sia l'amore che l'amore per i soldi. E così altre mani spero amorevoli han rovistato cassetti, spostato bottiglie di cognac, appunti scritti a mano in ogni dove, riviste di armi, biglietti di teatro, ciclostilati del Partito Comunista, pacchetti di Galuoises, aperto finestre, buttato nella spazzatura fiori marci, ecc. e noi, noi ringraziamo e mentre chiudiamo il libro sentiamo acuirsi il senso di riconoscenza per questo autore, cui vorremo bene per sempre.
lunedì 18 maggio 2009
Train, di Pete Dexter

"Gennaio 1948.
A quel punto della storia, Packard non si era mai innamorato, e non si fidava di quanto sentiva dire in proposito (per sempre, mia adorata, con tutto il cuore, fino alla fine dei tempi, più della vita stessa, con ogni fibra del mio essere, oh my darling Clementine ecc.). Gli sembrava fuori dal suo controllo, e complicato.
Questo è l'incipit di "Train", o per meglio dire l'attacco, trattandosi di un'opera che -more solito, quando tutto gira per il verso giusto- si disvela come una partitura perfettamente congegnata, abilmente "aperta" in alcuni passaggi e poi velocissima e in grado di risucchiare il lettore in quel vortice d'inchiostro che poi è in fondo generato dalla nostra necessità fisica di essere risucchiati in un universo "altro". In attesa che i tipi di Star Trek brevettino quella cavolo di macchina-cabina doccia che sposta nelle spazio-tempo e al contempo garantisce una prolungata abbronzatura dorata, direi che non ci rimane che leggere, acuminando il gusto senza diventare rompicoglioni -facile a dirsi- e cercando autori in cui non è proprio necessario specchiarsi, anzi. Tuttavia…
"Train" è un'opera che rischia di rimanere incollata a lungo alle nostre sensibilità, e le cui immagini, spesso forti e sparate nella ruvida luce del sole, si propongono di riaffacciarsi con grazia alla memoria -fosse pure memoria breve, o espandibile di qualche Ram-, segno questo di una scrittura forte, moderna, incisiva, dentro i canoni e senza particolari capovolgimenti narrativi o trucchi effettistici.Per tornare alla metafora musicale siamo dalle parti di un blues perfettamente interiorizzato e reso con grazia ispirata da un autore sessantaquattrenne che ne conosce appieno i risvolti armonici e cardiaci.
La storia, molto semplicemente, c'è.
"Train, il cui vero nome era Lionel Walk Jr., teneva la bocca chiusa e così aveva sempre fatto. Gli altri caddie quando tornavano al capannone prendevano in giro i giocatori, imitavano il loro modo di parlare o la loro andatura zoppicante, anche se, al momento di prendere la sacca, era tutto un "Sissignore" e "Nossignore" e "Grazie, signore". Il ragazzo non aveva quella disinvoltura, ma si aspettava che un giorno o l'altra gli sarebbe venuta. A quanto vedeva, il mondo funzionava così, tutto dipendeva da chi era presente quando parlavi."Tra Packard e Train, tra questi due mondi silenziosi e solo apparentemente lontani, il caddie e il poliziotto, si sviluppa una storia che ha come fondale la Los Angeles del 1953, una città e un paese in cui la belva razzista lancia i suoi latrati odiosi : vedrete il profilo scavato dell'uomo bianco, attraversato da enigmi e tagli furenti e chissà, e poi lei, Norah, ricca e meravigliosa donna bianca e liberal e la loro storia si fa strada, e lì uno tende a lasciare brandelli di cuore, magnifica letteratura tout-court, e gli episodi cruenti, e morti violente, tuffi in oceano, inchieste e depistaggi, spari esplosi dentro abitacoli che ti lascian le orecchie a rintronare l'alba che non viene...
e ancora il torace d'ebano lucido del giovane nero, e la classe impareggiabile del suo swing, e voli per gli States, e le dita di una fotografa in carriera che indugiano, su quel torace, e su altri..., e poi ancora Plural, colosso nero, ex-pugile, ex(?) schiavo, figura tragica capace di dire cose che ti obbligano ad una rilettura immediata, tanto sono dirette e naturali e inquietanti e divertenti allo sesso tempo.
Quando han chiesto all'autore di inquadrare il suo romanzo lui se l'è cavata con un "Really, it's hard to say what Train is about. It's kind of about marriage. It's a little bit about talent. It's a little about potential. A lot of it's about friendship." Basterebbe questo, credo.
E ora, istruzioni per l'uso.
Cancellate con un pennarello nero le righe della quarta di copertina dove i tipi di Einaudi ci informano, per vendere qualche copia in più, che trattasi di "una storia che prende alla gola come -L.A. Confidential- di James Ellroy e tocca i nervi scoperti della società americana come -Il Falo' delle Vanità- di Tom Wolfe". Fatto?
Non date retta a chi pensa che una storia così sia diretta prettamente ad un pubblico maschile, è bello che l'altra metà del cielo abbracci opere complesse e piene di vita e di pugni nello stomaco come questa. Sebbene non manchino sentori di machismo qua e là, gentili amiche rilassatevi e saltate le righe violente (questa poi!) e volendo rileggete le pruriginose (ce ne sono, eccome! e poi del resto essere macho non significa poi mucho) e poi il finale sarà così bruciante nel suo riscatto che... fidatevi. Fatto? ok, ok, la pianto.
Mr. Peter Dexter, classe 1943, originario del Michigan, vive con moglie e figlia e svariati animali in un'isola nel Puget Sound, nello Stato di Washington, dove ritengo abbia il suo domicilio fiscale.(tieni la rotaia, train, guarda avanti, guarda oltre il green, The Art Of The Swing, cerca la distanza esatta , trigonometria applicata all'anima, svuota, svuota e colpisci, e rientra poi nel tuo ruolo negro, rinfodera la magia che è tua, tua, tua per sempre, e spingendo, da bravo caddie, il carrello delle mazze, sorridi. Quanto dista il vostro capannone, oggi? quanti "sissignore" vi toccherà sentirvi dire? quanto dista il mio capannone, oggi?)
Oltre a "Train", ha pubblicato il notevole "Il Cuore Nero di Paris Trout" con cui ha vinto niente meno che il National Book Award e proprio in questo momento sono certo che sta picchiettando sulla macchina da scrivere, con l'aria assorta e l'occhio umido.

