Si sa che certe notizie piccoline ti danno il senso della fine di un'epoca, e quando le leggi un po' di sottile malinconia ti può pervadere, non perchè il tempo passa (quello va benissimo: i'm so glad to grow older, to move away from these awful times...) ma perchè la direzione che le cose prendono non è quella che auspicherei, tutto sommato...
Chiude il più grande negozi di dischi italiano, il mitico
Nannucci di Bologna, il cui catalogo arrivava in tutta Italia, e anche a casa mia, e che sfogliavo con tensione e partecipazione palpabili. Così come indimenticabili erano i segnetti scarabocchiati accanto ai dischi, alle formazioni, e gli incontri con gli amici davanti al catalogo e allo stereo per metter su ordini comuni, le telefonate per sollecitare l'arrivo di plichi agognati e ancora altri rituali, scambi d'informazioni preziose su di un percorso musicale che per forza dev'essere personale, e meravigliosamente sudato e pagato di tasca propria, con rinunce a pizze, uscite, discoteche, unghie rosicchiate mentre là fuori chissà...
Certo, la rete ha contribuito in larghissima misura alla chiusura di questo negozio che a Bologna visitai quasi in trance mistica e che era pure uno spazio di socialità, e di grande cultura pop(ular).
Più in generale mi chiedo davvero quanto ci abbiamo guadagnato, quanto ci stiamo guadagnando nel mostruoso scarico di materiale solo idealmente protetto da un copyright. Un malinteso senso di diffusa furbizia -ammantato da uno specie di ridicolo "èsprit de revolution"- porta ovunque e a chiunque opere d'arte che non ascolterà mai, nemmeno distrattamente...e tutto questo a mio avviso si riflette non solo sulla fruizione musicale, ma anche in alcuni casi sull'elaborazione della musica stessa, che mai come oggi appare insicura, incerta, fintamente ancorata a cose già dette meglio altrove, anni fa (ci sono le eccezioni, certo, come sempre, ma l'andazzo generale è abbastanza chiaro, lo possiam pure dire) e questo equivale a mettere nel tritacarne milioni di opere d'arte, costringere all'accattonaggio creativo migliaia di musicisti, in un involuzione artistica che pare riflettere quella economica, in modo sempre più lampante.
Oh, insomma questa notizia della chiusura di Nannucci non è una buona notizia per chi ama la musica ed ha visto lentamente morire i negozi piccoli e medi e resistere solo i megacenter, i Virgin Megastore eccetera, con la loro patinata, ripetitiva vocazione puramente commerciale e voluta incapacità di creare fermento, movimento, dialogo, dare linfa... ma questa breve chiosa su di una notizia si sta dilungando oltre le mie intenzioni, e i buzzcocks che stan girando sul mio disco rigido non sono quelli dei miei dischi originali. Never mind the Buzzcocks. Au revoir, Nannucci.