venerdì 22 maggio 2009

La Princesse Du Sang

-Sola, -aveva detto a Samuel Farakhan. -Sola, e fregarsene di tutto. Ascoltare i miei pensieri, ammesso che ne abbia. Ascoltare gli uccelli all'ombra dei boschi. E qualche volta...qualche volta! Prendere i miei apparecchi, per delle incursioni, qualche rullino sulle orchidee o i pappagalli o le jacarande o su quel fottuto di solenodon che esiste solo là. O anche le formiche. Le formiche e i porcellini selvatici. Concedersi tempo. Avere tempo. Essere sola e avere tempo.

Farakhan aveva sospirato rumorosamente nel ricevitore perchè era una conversazione telefonica, era a casa sua, lei era già a Parigi nell'alloggio di rue Robert-Lindet, a metà gennaio.

-Ah, - dichiarò più o meno Farakhan. - C'è qualcosa di più insopportabile che stare a riposo totale, senza passioni, senza avvenimenti, senza divertimenti, cose da fare? Fosse stato tre secoli fa, ti avrei consigliato un convento di clausura. E ne saresti ben presto uscita, del resto. Forse anche della tua spedizione ti stancherai in fretta.

-No. resisterò fino alla fine dell'anno. Ti rivedrò il primo gennaio 1957.

-Tocchiamo ferro, -aveva detto Farakhan.- porterai con te una pistola?

-Ebbè...sì.

-Benissimo.

-Sai, capitano, - aveva detto Ivy dopo un momento, - hai qualcosa di strano nella voce. Il mio viaggio ti dà fastidio?

-No, - aveva detto Farakhan. Ti sei fatta un'idea sbagliata.

-No, gli aveva fatto eco Ivy, - E' un pensiero che hai e che non mi vuoi dire.

-Piccola, ti giuro...

-Non giurare! -l'aveva interrotta Ivy.- niente bugie tra di noi. Tienti i tuoi pensieri per te, ma non mentirmi.

Samuel Farakhan allora era rimasto zitto.

mi son letto "Una principessa di sangue", il celebre romanzo postumo di Manchette, classico libro per una notte. La prima metà in realtà me la sono sciroppata in un'interminabile coda all'Avis, e il titolo mi sembrava il più adatto alla bisogna, lo ammetto.
Non ha scritto molto Jean Patrick Manchette, e sto avvicinandomi pericolosamente al completamento della sua opera, punto di non ritorno e poi sarà semmai tempo di riletture, e la cosa non mi entusiasma granchè. Quest'ultimo romanzo è affascinante, ruvido e con tutta evidenza incompleto. Il tumultuoso sviluppo finale (secondo me almeno 50 pagine) è stato scritto addirittura copiando alla bell'e meglio dagli appunti sparsi, intuendo come l'autore avesse deciso di concludere il plot. mah. Come se per uno che scriveva in modo assolutamente jazzistico come JPM la partitura fosse incisa nel granito ancora prima dell'esecuzione.
Come sempre i personaggi di JPM non richiedono una particolare adesione ideale, tutto è molto veloce, le azioni qualificano, i dialoghi punteggiano, i riferimenti storici, musicali e soprattutto tecnico balistici abbondano e si assorbono leggendo con naturalezza, anche laddove s'ignori la natura di un'AK47 o si sappia solo vagamente quel che combinarono i francesi in Algeria (quando invece parla di Clifford Brown inserendolo nel contesto come uno stacco hardbop, o quando la protagonista Ivy regala un disco di Art Blakey -e tra tutti, questa jazzgirl mi va a scegliere "A Night at Birdland"- lì siamo dalle parti di una fortissima empatia, e ti par quasi di veder gli occhi, e vorresti che quel disco fosse stato regalato a te, da una tale felina...)

E' bello pensare che sul sotto-finale sdrucciolevole e abbozzato avrebbe inserito due o tre varianti, o almeno un assolo secco e lucente dei suoi... beh, io ne sono certo. Aveva in animo di scrivere un nuovo ciclo di romanzi, dopo un ritiro volontario da una scena -quella del polar-noir d'impronta politica- che aveva cambiato per sempre, e invece, fanculo, poco più che cinquantenne un tumore se lo porterà via, e addio trilogia.

Sappiamo che un perfezionista come Jean-Patrick non ce l'avrebbe mai consegnato conciato così questo libro, ma gli editori sì, eccome, per motivi svariati che includono sia l'amore che l'amore per i soldi. E così altre mani spero amorevoli han rovistato cassetti, spostato bottiglie di cognac, appunti scritti a mano in ogni dove, riviste di armi, biglietti di teatro, ciclostilati del Partito Comunista, pacchetti di Galuoises, aperto finestre, buttato nella spazzatura fiori marci, ecc. e noi, noi ringraziamo e mentre chiudiamo il libro sentiamo acuirsi il senso di riconoscenza per questo autore, cui vorremo bene per sempre.


lunedì 18 maggio 2009

Train, di Pete Dexter


"Gennaio 1948.
A quel punto della storia, Packard non si era mai innamorato, e non si fidava di quanto sentiva dire in proposito (per sempre, mia adorata, con tutto il cuore, fino alla fine dei tempi, più della vita stessa, con ogni fibra del mio essere, oh my darling Clementine ecc.). Gli sembrava fuori dal suo controllo, e complicato.

Però aveva trascorso un migliaio di domeniche in chiesa -facciamo quattrocento- due anni difficili nel Pacifico su una corazzata, poi cinque giorni molto difficili nel Pacifico senza corazzata…"




Questo è l'incipit di "Train", o per meglio dire l'attacco, trattandosi di un'opera che -more solito, quando tutto gira per il verso giusto- si disvela come una partitura perfettamente congegnata, abilmente "aperta" in alcuni passaggi e poi velocissima e in grado di risucchiare il lettore in quel vortice d'inchiostro che poi è in fondo generato dalla nostra necessità fisica di essere risucchiati in un universo "altro". In attesa che i tipi di Star Trek brevettino quella cavolo di macchina-cabina doccia che sposta nelle spazio-tempo e al contempo garantisce una prolungata abbronzatura dorata, direi che non ci rimane che leggere, acuminando il gusto senza diventare rompicoglioni -facile a dirsi- e cercando autori in cui non è proprio necessario specchiarsi, anzi. Tuttavia…

"Train" è un'opera che rischia di rimanere incollata a lungo alle nostre sensibilità, e le cui immagini, spesso forti e sparate nella ruvida luce del sole, si propongono di riaffacciarsi con grazia alla memoria -fosse pure memoria breve, o espandibile di qualche Ram-, segno questo di una scrittura forte, moderna, incisiva, dentro i canoni e senza particolari capovolgimenti narrativi o trucchi effettistici.
Per tornare alla metafora musicale siamo dalle parti di un blues perfettamente interiorizzato e reso con grazia ispirata da un autore sessantaquattrenne che ne conosce appieno i risvolti armonici e cardiaci.

La storia, molto semplicemente, c'è.

"Train, il cui vero nome era Lionel Walk Jr., teneva la bocca chiusa e così aveva sempre fatto. Gli altri caddie quando tornavano al capannone prendevano in giro i giocatori, imitavano il loro modo di parlare o la loro andatura zoppicante, anche se, al momento di prendere la sacca, era tutto un "Sissignore" e "Nossignore" e "Grazie, signore". Il ragazzo non aveva quella disinvoltura, ma si aspettava che un giorno o l'altra gli sarebbe venuta. A quanto vedeva, il mondo funzionava così, tutto dipendeva da chi era presente quando parlavi."

Tra Packard e Train, tra questi due mondi silenziosi e solo apparentemente lontani, il caddie e il poliziotto, si sviluppa una storia che ha come fondale la Los Angeles del 1953, una città e un paese in cui la belva razzista lancia i suoi latrati odiosi : vedrete il profilo scavato dell'uomo bianco, attraversato da enigmi e tagli furenti e chissà, e poi lei, Norah, ricca e meravigliosa donna bianca e liberal e la loro storia si fa strada, e lì uno tende a lasciare brandelli di cuore, magnifica letteratura tout-court, e gli episodi cruenti, e morti violente, tuffi in oceano, inchieste e depistaggi, spari esplosi dentro abitacoli che ti lascian le orecchie a rintronare l'alba che non viene...
e ancora il torace d'ebano lucido del giovane nero, e la classe impareggiabile del suo swing, e voli per gli States, e le dita di una fotografa in carriera che indugiano, su quel torace, e su altri..., e poi ancora Plural, colosso nero, ex-pugile, ex(?) schiavo, figura tragica capace di dire cose che ti obbligano ad una rilettura immediata, tanto sono dirette e naturali e inquietanti e divertenti allo sesso tempo.

Opera di non immediata classificazione, questa di Pete Dexter.
Quando han chiesto all'autore di inquadrare il suo romanzo lui se l'è cavata con un "Really, it's hard to say what Train is about. It's kind of about marriage. It's a little bit about talent. It's a little about potential. A lot of it's about friendship." Basterebbe questo, credo.

E ora, istruzioni per l'uso.
Cancellate con un pennarello nero le righe della quarta di copertina dove i tipi di Einaudi ci informano, per vendere qualche copia in più, che trattasi di "una storia che prende alla gola come -L.A. Confidential- di James Ellroy e tocca i nervi scoperti della società americana come -Il Falo' delle Vanità- di Tom Wolfe". Fatto?

Tenete a distanza i superalcolici, l'amarezza che avete in gola forse non dipende nemmeno dal libro ma dal mutuo, o da chissà che cosa, quindi optate per del chinotto, almeno fino a che siete sicuri che proprio nessuno vi veda. Fatto?

Non date retta a chi pensa che una storia così sia diretta prettamente ad un pubblico maschile, è bello che l'altra metà del cielo abbracci opere complesse e piene di vita e di pugni nello stomaco come questa. Sebbene non manchino sentori di machismo qua e là, gentili amiche rilassatevi e saltate le righe violente (questa poi!) e volendo rileggete le pruriginose (ce ne sono, eccome! e poi del resto essere macho non significa poi mucho) e poi il finale sarà così bruciante nel suo riscatto che... fidatevi. Fatto? ok, ok, la pianto.

Mr. Peter Dexter, classe 1943, originario del Michigan, vive con moglie e figlia e svariati animali in un'isola nel Puget Sound, nello Stato di Washington, dove ritengo abbia il suo domicilio fiscale.
(tieni la rotaia, train, guarda avanti, guarda oltre il green, The Art Of The Swing, cerca la distanza esatta , trigonometria applicata all'anima, svuota, svuota e colpisci, e rientra poi nel tuo ruolo negro, rinfodera la magia che è tua, tua, tua per sempre, e spingendo, da bravo caddie, il carrello delle mazze, sorridi. Quanto dista il vostro capannone, oggi? quanti "sissignore" vi toccherà sentirvi dire? quanto dista il mio capannone, oggi?)

Oltre a "Train", ha pubblicato il notevole "Il Cuore Nero di Paris Trout" con cui ha vinto niente meno che il National Book Award e proprio in questo momento sono certo che sta picchiettando sulla macchina da scrivere, con l'aria assorta e l'occhio umido.

venerdì 15 maggio 2009

Baudelaire -bridge over the night-

...(da fleurs du mal)

Comme un flot grossi par la fonte
Des glaciers grondants,
Quand l'eau de ta bouche remonte
Au bord de tes dents,

Je crois boire un vin de Bohême,
Amer et vainqueur,
Un ciel liquide qui parsème
D'étoiles mon coeur!


Ci sono momenti dell'esistenza in cui il tempo e l'estensione sono più profondi, e il sentimento dell'esistenza immensamente accresciuto.

Cosa c'è da stupirsi, d'altronde, se ogni uomo in salute può fare a meno di mangiare per due giorni - di poesia mai?

sillogismo


Un bue muschiato RESTA un bue muschiato* pure se per certi capricci del destino si ritrova sulla groppa una stupenda farfalla giapponese.


(*) bue muschiato padano del sud.