Farakhan aveva sospirato rumorosamente nel ricevitore perchè era una conversazione telefonica, era a casa sua, lei era già a Parigi nell'alloggio di rue Robert-Lindet, a metà gennaio.
-Ah, - dichiarò più o meno Farakhan. - C'è qualcosa di più insopportabile che stare a riposo totale, senza passioni, senza avvenimenti, senza divertimenti, cose da fare? Fosse stato tre secoli fa, ti avrei consigliato un convento di clausura. E ne saresti ben presto uscita, del resto. Forse anche della tua spedizione ti stancherai in fretta.
-No. resisterò fino alla fine dell'anno. Ti rivedrò il primo gennaio 1957.
-Tocchiamo ferro, -aveva detto Farakhan.- porterai con te una pistola?
-Ebbè...sì.
-Benissimo.
-Sai, capitano, - aveva detto Ivy dopo un momento, - hai qualcosa di strano nella voce. Il mio viaggio ti dà fastidio?
-No, - aveva detto Farakhan. Ti sei fatta un'idea sbagliata.
-No, gli aveva fatto eco Ivy, - E' un pensiero che hai e che non mi vuoi dire.
-Piccola, ti giuro...
-Non giurare! -l'aveva interrotta Ivy.- niente bugie tra di noi. Tienti i tuoi pensieri per te, ma non mentirmi.
Samuel Farakhan allora era rimasto zitto.
Non ha scritto molto Jean Patrick Manchette, e sto avvicinandomi pericolosamente al completamento della sua opera, punto di non ritorno e poi sarà semmai tempo di riletture, e la cosa non mi entusiasma granchè. Quest'ultimo romanzo è affascinante, ruvido e con tutta evidenza incompleto. Il tumultuoso sviluppo finale (secondo me almeno 50 pagine) è stato scritto addirittura copiando alla bell'e meglio dagli appunti sparsi, intuendo come l'autore avesse deciso di concludere il plot. mah. Come se per uno che scriveva in modo assolutamente jazzistico come JPM la partitura fosse incisa nel granito ancora prima dell'esecuzione.
Come sempre i personaggi di JPM non richiedono una particolare adesione ideale, tutto è molto veloce, le azioni qualificano, i dialoghi punteggiano, i riferimenti storici, musicali e soprattutto tecnico balistici abbondano e si assorbono leggendo con naturalezza, anche laddove s'ignori la natura di un'AK47 o si sappia solo vagamente quel che combinarono i francesi in Algeria (quando invece parla di Clifford Brown inserendolo nel contesto come uno stacco hardbop, o quando la protagonista Ivy regala un disco di Art Blakey -e tra tutti, questa jazzgirl mi va a scegliere "A Night at Birdland"- lì siamo dalle parti di una fortissima empatia, e ti par quasi di veder gli occhi, e vorresti che quel disco fosse stato regalato a te, da una tale felina...)
E' bello pensare che sul sotto-finale sdrucciolevole e abbozzato avrebbe inserito due o tre varianti, o almeno un assolo secco e lucente dei suoi... beh, io ne sono certo. Aveva in animo di scrivere un nuovo ciclo di romanzi, dopo un ritiro volontario da una scena -quella del polar-noir d'impronta politica- che aveva cambiato per sempre, e invece, fanculo, poco più che cinquantenne un tumore se lo porterà via, e addio trilogia.
Sappiamo che un perfezionista come Jean-Patrick non ce l'avrebbe mai consegnato conciato così questo libro, ma gli editori sì, eccome, per motivi svariati che includono sia l'amore che l'amore per i soldi. E così altre mani spero amorevoli han rovistato cassetti, spostato bottiglie di cognac, appunti scritti a mano in ogni dove, riviste di armi, biglietti di teatro, ciclostilati del Partito Comunista, pacchetti di Galuoises, aperto finestre, buttato nella spazzatura fiori marci, ecc. e noi, noi ringraziamo e mentre chiudiamo il libro sentiamo acuirsi il senso di riconoscenza per questo autore, cui vorremo bene per sempre.




