giovedì 25 giugno 2009

Allons enfants


"Dove si perdono gli uomini."
Questo è il titolo originale con cui, nel 1996, René Frégni s'imponeva in Francia, con il proprio terzo manoscritto, 158 pagine di romanzo limpido, originale, pescato nel fondale di quella magmatica ed irrisolta città di mare che è Marsiglia, già scenario di autentici capolavori del quasi coetaneo, indimenticato, J.C. Izzo, autore a cui sono particolarmente legato, scomparso a 55 anni, nel pieno di una traboccante e commovente produzione letteraria.

"La città dell'oblio" -traduzione italiana con un tocco di fantasia - non è comunque Marsiglia, ma il carcere. E' là che gli uomini si perdono, è là che, lontano dai nostri occhi affaticati su regali e offerte per ipermercati sempre più luminosi e insopportabili, si consumano vite "a perdere", si entra in dimensioni parallele, dentro strutture che non hanno nemmeno il vago intento di redimere, e da cosa poi ?, e che nemmeno riescono ad essere "punitive": sbarre che rinchiudono a fatica i sensi di colpa di un'intera società dentro un limbo di mattoni.
"Conosco Marsiglia, gli assassini dei miei libri li ho conosciuti tutti nella prigione Baumettes. So cos'è il mondo dell'angoscia e della paura. Dietro la porta di ogni cella c'è un romanzo nero..."

Quattro coordinate sull'Autore, ve le devo.
Marsigliese, classe 1947, René Frégni sa davvero di quel che parla in questo romanzo: ha conosciuto il carcere fin dall'età di 19 anni, prigione militare, messieurs-dames!, da lì è evaso e, da disertore, ha preso a vagabondare per l'europa, rifugiandosi ora in Turchia, ora in Italia, facendo lavori umili e decidendo, dopo molti anni, di far rientro in patria, ad affrontare i processi che lo attendevano.
Per sette anni ha poi lavorato in un Istituto Psichiatrico, faccia a faccia con la follia che ti si specchia addosso, ed ha continuato a scrivere e a leggere, dentro le carceri, collaborando con Istituti di Pena, gestendo Programmi di scrittura creativa per detenuti ed altro, e avrà fatto anche altre cose nel frattempo, tipo innamorasi, bere vino nei bar all'aperto, guardare la luce delle

"Non mi son mai sognato di scrivere della vita di un avvocato del XVI arrondissement parigino.." risponde a chi gli chiede se la sua letteratura sia di stampo prettamente "popolare", ed aggiunge : Jean Genet diceva qualcosa come : "Letteratura significa organizzare parole attorno a un'emozione.". e per me l'efficacia è l'emozione. Voglio che ci sia un'emozione ad ogni pagina..."
Sono arrivato a lui anzitutto per una sorta di ammirata deferenza nei confronti della Casa Editrice che lo pubblica -sono anni terribili, il lavoro di filtro di case editrici di cui fidarsi è essenziale: le auto.pubblicazioni di microeditori che puntano all'assegno di tremila euro / copri spese / sa com'è, girato dal soi-disant "autore" -(tremiladuecento se si vuole avere i caratteri d'oro in copertina) portano in giro tonnellate di libri destinati a rimanere intonsi, o, nel peggiore dei casi, ad essere addirittura letti, o presi sul serio!- e poi per una magnifica recensione fatta dall'ottimo Enzo di Mauro su "Il Manifesto", nella quale si diceva tra l'altro che
" per Frégni, come per Manchette e Izzo - i maestri del noir figlio del '68, eversivo e ingovernabile - la scrittura è un'opzione morale e lo stile è tutto."

Manchette e Izzo sono per me come due amici straordinari che non mi hanno mai deluso, ed abbracciare Frégni è stato un attimo, il tempo di scandire alla libraia nome e titolo e aspettare un mesetto che mi richiamasse per dirmi se ero io che avevo ordinato Bevilacqua. Non ero io, naturalmente, signorina, che lo sanno anche i sassi che l'acqua fa la ruggine e poi bevo solo Sauternes Château Romer anche con pane e salame.
Queste facezie le metto perché in verità vorrei solo ricopiare la recensione del Di Mauro, che la pensa come me ma in compenso scrive veramente bene, e di lì invitare alla lettura, dando di gomito e alzando un calice per il cin-cin d'ordinanza, ma alla fine della fiera sarebbe un peccato, quindi ecco che le digressioni diventano necessarie per creare questo clima festoso, tipo cagnara da wine-bar all'ora di punta, dal quale vi traggo subito, catapultandovi, dio piacendo, a pagina 1.

"Come tutti i giovedì pomeriggio da quasi tre anni, ho percorso questo corridoio sotterraneo, superato due cancelli e quattro porte blindate sotto l'occhio vigile delle telecamere, e mi sono ritrovato brutalmente all'esterno, accecato da un sole che mi è sembrato ancora molto alto. Era l'inizio di marzo."

Inizia con un'uscita dal carcere (uscire si può, uscire si deve, dal fondo di ogni tunnel, anche dal più buio, si può uscire, è una simbologia non casuale, e il sole è ancora molto alto…) il percorso di Ralph che in quelle carceri porta grandi classici, adora Camus, e autori contemporanei, e ascolta storie che i detenuti scrivono e sfoga alcune frustrazioni da scrittore cui le parole proprio non vanno incontro come dovrebbero.

E già a pagina 2 il nostro aggiunge, a scanso di equivoci sul fatto che l'alter-ego di Renè sia assolutamente Ralph: "Mi sarebbe piaciuto diventare uno scrittore, parlare delle cose che mi hanno sempre turbato; purtroppo non ha funzionato, i manoscritti che ho spedito mi sono tornati indietro, rifiutati dagli editori."
La scrittura viene vista come salvezza, e al contempo come perdizione, la lettura come piacere irrinunciabile ed incessante ricerca, della bellezza, della verità.
Noi che qui scriviamo, leggiamo, commentiamo, dovremmo pur saperne qualcosa, magari anche solo per osmosi.

La trama è dolceamara, gli incontri tra Ralph e Gabriele Bove, detenuto nella cella 318, uxoricida che disegna ritratti della moglie che appaiono di sconvolgente intensità agli occhi assetati e al cuore sofferente del "docente" di Scrittura Creativa, costituiranno il nucleo della prima parte del romanzo, e poi via, come nella miglior tradizione dei polar-mediterraneè alla J.C. Izzo la storia ingrana e gira attorno alle ossessioni del protagonista, accade qualcosa che non è razionalmente spiegabile, come la mia voglia di parlare sempre un gran poco degli sviluppi narrativi. Non mancheranno gli archetipi che uno si aspetta in un romanzo -fondamentalmente- d'evasione, sia pure rocambolesca. E avremo secondini, braccia penzoloni fuori dalle sbarre, pulsioni e bassi istinti, e poi giovani francese a spalle nude nella sera, un amore disperato eppure violentemente vivo -pagine che diventano boccate di luce, queste-, ispettori di polizia sagaci, l'urlo della curva dell'Olympique Marsiglia, un omicidio che rimanda dritto alla famosa questione tra Caino e Abele, e i pedinamenti e le occhiate, qualche spruzzata di delitto e castigo -manca solo "servire ben caldo"- e un finale allegorico e spiazzante, che se non vi s'inumidisce l'occhio si vede proprio che stavate guardando la TV anzichè leggere.
C'est tout. Anzi no.
Ci sono loro. Quelli che stan dentro le prigioni. Anche se mi sa che poi -gratta, gratta,- siamo sempre noi. Quei Noi di cui ci dimentichiamo volentieri l'esistenza, tranne guardare con stupore una mano che fa ciao, da lassù, un giorno che passate sotto un'Istituto di Pena, completamente persi nel traffico del nulla di tutte le nostre ore di punta.

La Marsiglia di J.C. Izzo:
"Ci stavo bene nel bar di Hassan. Tra i frequentatori abituali non esistevano barriere d'età, sesso, colore di pelle, ceto sociale. Eravamo tutti amici. Chi veniva lì a bersi un pastis, sicuramente non votava Fronte nazionale, e non lo aveva mai fatto. Neppure una sola volta nella vita, come altri che conoscevo. Qui in questo bar, tutti sapevano bene perché erano di Marsiglia e non di fuori, perché vivevano a Marsiglia e non altrove. L'amicizia che aleggiava qui, tra i vapori dell'anice, si comunicava con uno sguardo. Quello dell'esilio dei nostri padri. Ed era rassicurante. Non avevamo niente da perdere, avendo già perso tutto."
La Marsiglia di Frègni:
"Una voce unanime scaturiva da quel calderone stregato e saliva a incendiare le stelle. In questa città non è la squadra ad essere bella, è il pubblico. Il più bel pubblico di Francia. Acceso da una tale passione, qualunque giocatore farebbe miracoli. Quello che succede in questa scodella di titani non l'ho mai visto da nessuna parte."

cose del vivere, le nostre ore d'aria inseguite, un bar, una curva, due voci, un solo amore. Non circondariale. Sconfinato.

martedì 23 giugno 2009

spareggi...



dunque, adoro il FC Barcelona. per un mare di ragioni. soprattutto per il suo spirito. anche negli anni grigi, intendo, troppo facile dirlo quando le cose van bene. e poi il calcio inglese in genere. mi piacerebbe trapiantare il Barça nella Premier League. Con PES lo faccio, e vabbè, ci gioco contro, con risultati altalenanti. Spesso gli metto contro l'Hull City, per dire. ora, il Barcellona ha un gioco spumeggiante, ma immaginate se giocasse col Gallarate, e solo col Gallarate, allenamenti e partite, andate e ritorni. Voi pensate che il Gallarate migliori giocando col Barcellona? ma fatemi il piacere. Va a finire che Messi gioca come Mastropasqua, non il contrario. e immaginate l'Hull City che si allena col misero Pontegattello estate e inverno? io si, riesco a immaginarlo: e ouch, non è davvero granchè (eufemismo dell'anno).

insomma, prendo il telefono e chiamo Mr.C., perchè passare un sabato come ho passato il venerdi e come prevedo di passar la domenica mi fa venir l'orticaria e poi anzichè comprare l'evento su sky dico io mille volte meglio la bolgia, il clamore, le trombe da curva, le salamine e le birre slavate, (tanto ho un presentimento fosco) ma dentro un palazzetto, perchè la squadra è lontana, e si va di maxischermo, amen. prende il telefono anche Mr.C. e senza tifare quel che tiferanno in tremila là dentro (è di nobili origini piemontesi, mi ricordo con affetto. è un barolo umano.) si scapicolla per assistere alla singolar tenzone e allo spettacolo di vedere me sfigurato dalla tensione che sale prima del fischio d'inizio. perchè è un dentro o fuori, mica cazzi. per prima cosa metto su una sciarpetta a Mr.C., come mettere la kippa a un gentile prima di una funzione -azzecco la metafora e lui figurati se non si cala nel ruolo in modo sontuoso-. io sento invece la mia voce urlare al primo fallo degli avversari. la partita scivola, il primo tempo ci consente solo di salvare la ghirba, ma volano streghe e pippistrelli sui nostri che sembrano punti dal biscio bastonero ed esibiscono un gioco che mi irrita. la tv locale arringa il pubblico, gli avversari segnano, silenzio e nervosismo, l'intervistatrice si aggira, coglie Mr.C. che -sciarpa al collo- dopo una serie di commenti di altri tifosi altamente tecnici ("si deve vincere, cxxo!" "bisogna tirare fuori le pXX, c,xxo!") in quella bolgia, seduto con birra ad altezza gomito e gambe accavallate enuclea i problemi che stiamo avvertendo "..non c'è pressing sul portatore di palla, trovo che ci sia un problema tattico più che tecnico..." -io straluno gli occhi e guardo in camera, la tipa pensa "qui mi soffiano il lavoro, un commento tecnico così nero pece mica me lo aspettavo" mi vede lì con la maglia di Baggio e mi passa il microfono, come a dire su, tira su il morale alle truppe e io -posso esser meno di Mr.C che slunga un sorrisetto sardonico?- dico che "questa waterloo che si va prefigurando è figlia di mille scelte sbagliate da una società inesistente, pressapochista, indecorosa. -grazie-. prego." e le nostre belle undici statuine da presepio sul maxischermo pensano bene di farsi infilare un gol da polli con lancio di 40 metri e botta al volo di destro sul secondo palo proprio mentre dico "prego." con il fumo di tutte le metafore calcistiche che ho in testa -e il fumo dell'hascisch che a zaffate ci avvolge, dolciastro e disgustoso- guadagno l'uscita, Mr. C pare dispiaciuto per me, facciamo un giro (andiamo al Black sheep? no, per dio, no, un altro posto.)e ci vorrà una bottiglia decente per cogliere un sonno irreale.

martedì 9 giugno 2009




Certo, le circostanze non sono favorevoli
(e quando mai?)
bisognerebbe...
bisognerebbe niente...

errare facebook est

Sua Maestà la barista di Vada
in fondo in fondo non ha molto da dire...
io con l'aiuto di una botte di vino
penso che oggi la farò mia.


A Sua Maestà la barista di Vada

tutti quanti le guardano il culo
,
quando si china e raccoglie qualcosa
ma è un gioco d'astuzia e lei lo sa.

-dio, la tristezza che mi mette addosso facebook e quegli utenti che a migliaia si specchiano e si rincorrono come pulviscolo che gira nell'aria, quante decine di pieni di sè che lavorano a un'immagine pubblica o semi pubblica fittizia e irrilevante, dio quanto vuoto riempire spazi con altro vuoto di seconda mano, e mimare contatti, amicizie! (sic), vita. quanti altari innalzati a se stessi, quanto tempo perso anzichè faticare sulle corde, soffiare negli ottoni, leggere Tolstoj o fare un po' quel cazzo che ci pare senza sbatterlo online o senza "evitare" di sbatterlo online.
Che adesso zia Nora "prepara la pasta con le acciughe", mentre un tale che giocava con me a ramino nel palazzone 10 anni fa m'invita a un convegno sull'epilessia, e Angelina Jolie mi fa sapere che esce il suo nuovo film (merci. très jolie, Angelina) finalmente "giancarlo ama sempre romina" e me lo grida in ba
checa, e una che si crede lady macbeth viene a sapere a che concerto andrò, mentre un ex vicino di casa -un tagliente rompicoglioni che apriva bocca solo per dargli fiato- informa il mondo che "Sto leggendo Neruda, e piango" e ancora zia Nora (che ho scoperto non essere così morta come pensavo) scrive che "Domenica a Bovolone Polenta e Baccalà, vi aspettooooo". Finalmente oggi mi tolgo di là.


E' indifendibile, lei è indifendibile!
(Sua Maestà si difende da sè....)
A Sua Maestà la barista di Vada offro il languore di questo mattino
e la leggerezza di quei fiori sull'acqua


se lei me lo chiede, se lei lo vorrà.


poi sarò bravo nel farle capire quel che la gente avrà da ridire

quando dal lato del nostro giardino
noi usciremo nel giorno di Pasqua.
(* OST Diaframma, "Sua Maestà")