
"Dove si perdono gli uomini."
Questo è il titolo originale con cui, nel 1996, René Frégni s'imponeva in Francia, con il proprio terzo manoscritto, 158 pagine di romanzo limpido, originale, pescato nel fondale di quella magmatica ed irrisolta città di mare che è Marsiglia, già scenario di autentici capolavori del quasi coetaneo, indimenticato, J.C. Izzo, autore a cui sono particolarmente legato, scomparso a 55 anni, nel pieno di una traboccante e commovente produzione letteraria.
"La città dell'oblio" -traduzione italiana con un tocco di fantasia - non è comunque Marsiglia, ma il carcere. E' là che gli uomini si perdono, è là che, lontano dai nostri occhi affaticati su regali e offerte per ipermercati sempre più luminosi e insopportabili, si consumano vite "a perdere", si entra in dimensioni parallele, dentro strutture che non hanno nemmeno il vago intento di redimere, e da cosa poi ?, e che nemmeno riescono ad essere "punitive": sbarre che rinchiudono a fatica i sensi di colpa di un'intera società dentro un limbo di mattoni.
"Conosco Marsiglia, gli assassini dei miei libri li ho conosciuti tutti nella prigione Baumettes. So cos'è il mondo dell'angoscia e della paura. Dietro la porta di ogni cella c'è un romanzo nero..."
Quattro coordinate sull'Autore, ve le devo.
Marsigliese, classe 1947, René Frégni sa davvero di quel che parla in questo romanzo: ha conosciuto il carcere fin dall'età di 19 anni, prigione militare, messieurs-dames!, da lì è evaso e, da disertore, ha preso a vagabondare per l'europa, rifugiandosi ora in Turchia, ora in Italia, facendo lavori umili e decidendo, dopo molti anni, di far rientro in patria, ad affrontare i processi che lo attendevano.
Per sette anni ha poi lavorato in un Istituto Psichiatrico, faccia a faccia con la follia che ti si specchia addosso, ed ha continuato a scrivere e a leggere, dentro le carceri, collaborando con Istituti di Pena, gestendo Programmi di scrittura creativa per detenuti ed altro, e avrà fatto anche altre cose nel frattempo, tipo innamorasi, bere vino nei bar all'aperto, guardare la luce delle
"Non mi son mai sognato di scrivere della vita di un avvocato del XVI arrondissement parigino.." risponde a chi gli chiede se la sua letteratura sia di stampo prettamente "popolare", ed aggiunge : Jean Genet diceva qualcosa come : "Letteratura significa organizzare parole attorno a un'emozione.". e per me l'efficacia è l'emozione. Voglio che ci sia un'emozione ad ogni pagina..."
Sono arrivato a lui anzitutto per una sorta di ammirata deferenza nei confronti della Casa Editrice che lo pubblica -sono anni terribili, il lavoro di filtro di case editrici di cui fidarsi è essenziale: le auto.pubblicazioni di microeditori che puntano all'assegno di tremila euro / copri spese / sa com'è, girato dal soi-disant "autore" -(tremiladuecento se si vuole avere i caratteri d'oro in copertina) portano in giro tonnellate di libri destinati a rimanere intonsi, o, nel peggiore dei casi, ad essere addirittura letti, o presi sul serio!- e poi per una magnifica recensione fatta dall'ottimo Enzo di Mauro su "Il Manifesto", nella quale si diceva tra l'altro che
" per Frégni, come per Manchette e Izzo - i maestri del noir figlio del '68, eversivo e ingovernabile - la scrittura è un'opzione morale e lo stile è tutto."
Manchette e Izzo sono per me come due amici straordinari che non mi hanno mai deluso, ed abbracciare Frégni è stato un attimo, il tempo di scandire alla libraia nome e titolo e aspettare un mesetto che mi richiamasse per dirmi se ero io che avevo ordinato Bevilacqua. Non ero io, naturalmente, signorina, che lo sanno anche i sassi che l'acqua fa la ruggine e poi bevo solo Sauternes Château Romer anche con pane e salame.
Queste facezie le metto perché in verità vorrei solo ricopiare la recensione del Di Mauro, che la pensa come me ma in compenso scrive veramente bene, e di lì invitare alla lettura, dando di gomito e alzando un calice per il cin-cin d'ordinanza, ma alla fine della fiera sarebbe un peccato, quindi ecco che le digressioni diventano necessarie per creare questo clima festoso, tipo cagnara da wine-bar all'ora di punta, dal quale vi traggo subito, catapultandovi, dio piacendo, a pagina 1.
"Come tutti i giovedì pomeriggio da quasi tre anni, ho percorso questo corridoio sotterraneo, superato due cancelli e quattro porte blindate sotto l'occhio vigile delle telecamere, e mi sono ritrovato brutalmente all'esterno, accecato da un sole che mi è sembrato ancora molto alto. Era l'inizio di marzo."
Inizia con un'uscita dal carcere (uscire si può, uscire si deve, dal fondo di ogni tunnel, anche dal più buio, si può uscire, è una simbologia non casuale, e il sole è ancora molto alto…) il percorso di Ralph che in quelle carceri porta grandi classici, adora Camus, e autori contemporanei, e ascolta storie che i detenuti scrivono e sfoga alcune frustrazioni da scrittore cui le parole proprio non vanno incontro come dovrebbero.
E già a pagina 2 il nostro aggiunge, a scanso di equivoci sul fatto che l'alter-ego di Renè sia assolutamente Ralph: "Mi sarebbe piaciuto diventare uno scrittore, parlare delle cose che mi hanno sempre turbato; purtroppo non ha funzionato, i manoscritti che ho spedito mi sono tornati indietro, rifiutati dagli editori."
La scrittura viene vista come salvezza, e al contempo come perdizione, la lettura come piacere irrinunciabile ed incessante ricerca, della bellezza, della verità.
Noi che qui scriviamo, leggiamo, commentiamo, dovremmo pur saperne qualcosa, magari anche solo per osmosi.
La trama è dolceamara, gli incontri tra Ralph e Gabriele Bove, detenuto nella cella 318, uxoricida che disegna ritratti della moglie che appaiono di sconvolgente intensità agli occhi assetati e al cuore sofferente del "docente" di Scrittura Creativa, costituiranno il nucleo della prima parte del romanzo, e poi via, come nella miglior tradizione dei polar-mediterraneè alla J.C. Izzo la storia ingrana e gira attorno alle ossessioni del protagonista, accade qualcosa che non è razionalmente spiegabile, come la mia voglia di parlare sempre un gran poco degli sviluppi narrativi. Non mancheranno gli archetipi che uno si aspetta in un romanzo -fondamentalmente- d'evasione, sia pure rocambolesca. E avremo secondini, braccia penzoloni fuori dalle sbarre, pulsioni e bassi istinti, e poi giovani francese a spalle nude nella sera, un amore disperato eppure violentemente vivo -pagine che diventano boccate di luce, queste-, ispettori di polizia sagaci, l'urlo della curva dell'Olympique Marsiglia, un omicidio che rimanda dritto alla famosa questione tra Caino e Abele, e i pedinamenti e le occhiate, qualche spruzzata di delitto e castigo -manca solo "servire ben caldo"- e un finale allegorico e spiazzante, che se non vi s'inumidisce l'occhio si vede proprio che stavate guardando la TV anzichè leggere.
C'est tout. Anzi no.
Ci sono loro. Quelli che stan dentro le prigioni. Anche se mi sa che poi -gratta, gratta,- siamo sempre noi. Quei Noi di cui ci dimentichiamo volentieri l'esistenza, tranne guardare con stupore una mano che fa ciao, da lassù, un giorno che passate sotto un'Istituto di Pena, completamente persi nel traffico del nulla di tutte le nostre ore di punta.
La Marsiglia di J.C. Izzo:
"Ci stavo bene nel bar di Hassan. Tra i frequentatori abituali non esistevano barriere d'età, sesso, colore di pelle, ceto sociale. Eravamo tutti amici. Chi veniva lì a bersi un pastis, sicuramente non votava Fronte nazionale, e non lo aveva mai fatto. Neppure una sola volta nella vita, come altri che conoscevo. Qui in questo bar, tutti sapevano bene perché erano di Marsiglia e non di fuori, perché vivevano a Marsiglia e non altrove. L'amicizia che aleggiava qui, tra i vapori dell'anice, si comunicava con uno sguardo. Quello dell'esilio dei nostri padri. Ed era rassicurante. Non avevamo niente da perdere, avendo già perso tutto."
La Marsiglia di Frègni:
"Una voce unanime scaturiva da quel calderone stregato e saliva a incendiare le stelle. In questa città non è la squadra ad essere bella, è il pubblico. Il più bel pubblico di Francia. Acceso da una tale passione, qualunque giocatore farebbe miracoli. Quello che succede in questa scodella di titani non l'ho mai visto da nessuna parte."
cose del vivere, le nostre ore d'aria inseguite, un bar, una curva, due voci, un solo amore. Non circondariale. Sconfinato.



